Non siamo tecnici

Provate a chiedere ad un neo laureato chi è il fisioterapista, la risposta immediata e comunque la più probabile sarà quella che citerà, passo più, passo meno, i contenuti del profilo professionale. Certo da un punto di vista tecnico, giuridico, mansionale e delle competenze niente può esprimere meglio la professione, “ pratica autonomamente attività terapeutiche per la rieducazione funzionale delle disabilità motorie, psicomotorie e cognitive, utilizzando terapie fisiche, manuali, massoterapiche e occupazionali”,   ma  chi la esercita  non si vede  completamente  identificato, gli viene  a mancare la parte essenziale di questo lavoro che non può certamente essere espressa  in termini tecnici, quella parte emotiva, di coinvolgimento empatico che rimane l’essenza  di questo lavoro e lo caratterizza differenziandolo da tutti gli altri.

Lavorare su un sistema chiamato “ uomo “ che la scienza medica tenta di studiare , di capire e che per questo  ha determinato la nascita di discipline come l’anatomia che lo ha scomposto in un insieme di apparati e di organi, la fisiologia che di quest’ultimi ne spiega le funzioni, la neurologia che ne orchestra i ritmi, la psicologia che fruga nelle pieghe di questo sistema fra i vissuti e le pulsioni, appare certamente inadeguata qualsiasi semplificazione tecnica.

In molti,  ancora in troppi, ci intendono  tecnici. E’ certamente tempo di porre fine all’equivoco voluto e perseguito da una parte di medici ( per fortuna non molti) e purtroppo ancora da  alcuni  cattedratici, che preferiscono considerarci tecnici e spacciarci come tali verso gli utenti.

Il significato del termine tecnico fra le tante definizioni cita  “  relativo a un’arte un’attività, una disciplina e al processo della loro pratica attuazione “  ed ancora “ chi mette in pratica, attua le elaborazioni teoriche i progetti di altri “.

Nel panorama della sanità il nostro  operare è sicuramente il più lontano, fra tutti, ad essere configurato come tecnico, in radiologia, per esempio, per quanta fantasia si possa disporre  a posizionare  un paziente per  un esame radiografico si hanno pochi margini all’interpretazione personale, così come poco ci si può discostare  dal somministrare la terapia farmacologica per un infermiere, o  dal posizionare gli elettrodi in un EEG  o in un ECG .

Ben altra cosa considerare l’adattamento di una strategia terapeutica ( se preferite lo chiamo esercizio ) su un paziente le cui condizioni non sono  mai  identiche  al giorno prima e cosa ancora più improbabile che lo siano rispetto ad   una valutazione effettuata qualche tempo prima.  Conviene pensare ( ognuno nel proprio intimo sa che non è così ) che una volta stabilito il progetto e spesso anche il programma,  al tecnico non resta che eseguirlo affichè si raggiungano i risultati auspicati,  ipocritamente si insiste a non voler riconoscere che spesso, il successo o l’insuccesso, fermo restando le condizioni cliniche, dipende esclusivamente dal fisioterapista.

Per quanto ben valutati, per quanto ben stilati un progetto e un programma, se non eseguiti attraverso la perizia, la professionalità, il coinvolgimento del fisioterapista non hanno molti margini di successo, lo sanno perfettamente i medici che le loro prescrizioni non possono avere nemmeno lontanamente la stessa valenza in riabilitazione in rapporto a quanto ne hanno nel prescrivere terapie farmacologiche o esami strumentali. I riscontri misurati nella  medicina di cura sono chiaramente proporzionali ai loro intuiti professionali e alle loro dirette competenze in materia, transitano attraverso degli esami strumentali o attraverso degli esami di laboratorio che confermano o meno la bontà delle decisioni adottate, ed è un merito che non dividono con nessuno.

Altra cosa è invece parlare di riabilitazione, quando si decide quale tipo di atto terapeutico compiere deve essere coerente con ciò che si vuole ottenere e non sempre quello che può essere  stato consigliato o prescritto  può essere somministrato in qualsiasi momento, nello stesso modo, con la stessa frequenza o con la stessa intensità. Si impongono scelte, decisioni,  adattamenti che sono figlie di quel momento e solo di quello, dove sono le tue competenze, le tue capacità, le tue sensibilità, che colgono che in quel momento devi proporre al tuo paziente qualcos’altro, qualcosa di diverso dal solito.

Solo chi svolge questo lavoro, o chi purtroppo a questo lavoro ha dovuto ricorrere  per problemi  di salute, può capire l’importanza di questi momenti e di queste decisioni, che seduta dopo seduta evolvono verso quei recuperi, quei risultati, che altrimenti rimangono solo sulla carta,  che rinfrancano il morale dei pazienti e gratificano i fisioterapisti nel loro lavoro.

Se nella riabilitazione si crede,  non si può prescindere  dalla sua multidisciplinarietà, così come non si può più  non tenere conto di  queste nuove professioni con  competenze ben definite,  germogliate dalle varie riforme a partire dalla  Legge 502/99  a complemento della figura del medico. Chiunque osteggi questo processo dimostra, una volta ancora,  una scarsa apertura mentale ed un poca disponibilità al confronto, la modernizzazione della sanità avverrà comunque, resta da stabilire se in un clima di collaborazione, sfruttando  al meglio le sinergie organizzative e le potenzialità del  un sistema, oppure lasciare che sia la società stessa a decretare chi siano i professionisti a cui rivolgersi.

Ma chi non fa lo struzzo lo ha già capito.

 

Carmelo  Ruggeri

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